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Una gita da mediano
di Matteo Mazzantini

Il mediano di mischia, anzi di musica

Canberra, sabato 18 ottobre 2003

Mattina a base di velocità, tecnica personale e palestra. Pomeriggio titolari in difesa e riserve in attacco.
Siccome Troncon ha preferito saltare questo allenamento, sono stato promosso fra i titolari. Peccato: avrei voluto giocare e inventare, invece mi è toccato montare e placcare.
Se il mediano di apertura sceglie la tattica e comanda il gioco, il mediano di mischia detta il ritmo.
E' come se il primo scrivesse le note sul pentagramma (non è mica colpa mia, non la sto mettendo giù dura: si chiama così), e l'altro dirigesse l'orchestra.
Ora, c'è modo e modo: una certa armonia la puoi eseguire a 33 giri o a 78, beccheggiante come un valzer o strappacuore come un blues o nervosa come un rap.
E' lì che entro in scena io, e quelli come me. Numeri 9, con i primi otto alle proprie dipendenze, un senso di euforia ingiustificato dalle proprie dimensioni.
Il rugby è, in un certo senso, musica.
C'è chi ascolta musica fino a un attimo prima di entrare negli spogliatoi, chi addirittura fino al momento di entrare in campo. Ma l'importante è sentire la musica in campo. Senza cuffiette.
E' musica che ti passa per le mani, come capita a un pianista, o a un batterista, o anche a un contrabbassista. Se penso a quanto si improvvisa, direi che è jazz. Ma a me piace il rock. Quando voglio dare un ritmo frenetico, penso al rock metallico, agli AC/DC. Se è meglio andarci più cauti, penso al pop. Comunque, in Italia-Canada, la musica sarà quella del maestro Troncon, io rimarrò dietro le quinte, cioè in panchina.
Stasera abbiamo mangiato con i giornalisti italiani.
Si sono seduti con Troncon, Stoica, Mazzariol e gli altri giocatori-opinionisti. Invece nessuno ha diviso spaghetti e minerale con me, gli aquilani e qualcun altro che non conta.
Strana gente, i giornalisti. Si controllano a vicenda: se uno si alza, gli altri gli vanno dietro, forse per paura di perdere una notizia o, come dicono loro, prendere un buco.
Alcuni sono convinti di sapere tutto, poi scopri che non hanno mai preso un pallone in mano.
Comunque giocare a rugby e fare il giornalista hanno una cosa in comune: che è sempre meglio che lavorare.

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